Acqueria






L’inapparibile è un dizionario di parole appena nate.

Acquerìa: s.f. negozio che vende acqua (Yuri, 5 anni)

Giovanni Laera. Acqueria è una parola formata da acqua con il suffisso –erìa. Questo suffisso nasce in origine dall’incontro tra –ìa di allegria e il latino –arius che in italiano ha dato vita al tipo popolare –aio e a quello dotto –ario. Perché allora noi diciamo, grazie al piccolo Yuri, acquerìa e non acquaìa o acquarìa? La risposta è semplice: la nascita del suffisso –erìa è avvenuta in Francia, dove ad esempio da chevalier ‘cavaliere’ si è formato chevalerie ‘cavalleria’. Ora, in italiano con –erìa si indicano negozi e laboratori: libreria, macelleria, pescheria, calzoleria. Sulla scelta felice di Yuri avrà influito molto probabilmente la presenza nel nostro lessico di voci connesse a bevande come latteria, birreria e vineria. E dunque, per analogia, se in vineria si vende il vino, perché non dovrebbe esserci un posto come l’acqueria? La tramutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, raccontata dal Vangelo secondo Giovanni, ha qui un curioso e decisamente meno alcolico pendant. Il miracolo questa volta lo ha fatto, con la meravigliosa lingua dell’infanzia, un bambino di 5 anni.

Leggere Coccole. Yuri ci dimostra che l’acqua è capace di  generare vita non solo sul piano materiale ma anche su quello del linguaggio. Una nuova e bellissima parola è infatti venuta al mondo e non possiamo non festeggiare omaggiandola con un libro che sull’atto di nascere impernia tutta la sua forza narrativa: Parto, edito da Franco Cosimo Panini.

L’autrice Chiara Carminati (non a caso firma di diverse raccolte di poesie per bambini anche molto piccoli) offre al lettore questo termine isolandolo nel titolo e lasciando che possa esplorarne le diverse aree semantiche, tutte curiosamente attinenti con il contenuto del libro. Il parto inteso come sostantivo è un momento che di fatto origina un viaggio e riguarda tanto una madre quanto un figlio, entrambi pronti a partire alla scoperta di luoghi fisici ed emotivi del tutto inesplorati. Tralasciando la parte in cui viene rappresentata la voce del pensiero materno – ovvero “Diario di nove mesi in aria”, una delle due metà del volume – ci soffermiamo proprio su quella relativa ai pensieri che l’autrice immagina appartenere al piccolo ospite in grembo, raccolti con il sottotitolo “Diario di nove mesi in acqua”.






Grazie all’occhio geniale e immaginifico di Massimiliano Tappari, ogni verso si mescola a scatti fotografici di grande potenza che rompono ogni argine legato al significato reale di ogni parola e investono in lungo e in largo il campo della memoria e dei sensi. L’acqua diventa nascondiglio e insieme forza inarrestabile che distrugge per rigenerare, luogo in cui mettere radici e scavare solchi, istinto sapiente che trasforma ogni cosa seguendo precise geometrie, che spinge contro il confine della pelle prima e dell’orizzonte poi. L’acqua è quindi celebrata come culla ancestrale e sinonimo di vita nel suo senso più limpido e gioioso.

Un elemento così importante non se lo meriterebbe un negozio tutto suo?

Secondo noi, sì. E allora proviamo a immaginarla, questa acquerìa: come dovrebbe essere? Certamente i colori dominanti dovrebbero comprendere i diversi toni del blu e del bianco. E altrettanto certamente le forme dovrebbero essere morbide, richiamare la forma dell’acqua nella sua natura. La rotondità accogliente del ventre materno è già un’ottima suggestione ma forse possiamo chiamare in causa qualcuno che l’acqua si diverte a rappresentarla in vari modi, insieme all’aria, alla terra e al fuoco. Stiamo parlando di Mano Felice, personaggio creato dall’illustratore Alessandro Sanna attraverso il quale invita i bambini a rappresentare in modo libero e perciò creativo questi elementi.





L’albo, realizzato interamente in carta Tintoretto, si limita a un racconto di pochissime parole partendo dalla rappresentazione delle gocce di pioggia che si fanno pozzanghere e poi lago, fiume, e infine mare. In ogni doppia pagina, abbondano gli spazi bianchi che attendono l’intervento di mani bambine per essere colmati di macchie, segni e forme azzurre che si possono realizzare con gessetti, pennelli, matite e pennarelli e addirittura con le nude dita intinte nell’acquerello.

Se chiudiamo gli occhi ed accarezziamo la carta di questo libro ci sembra quasi di toccare le pareti bianche e spoglie di un locale ancora vuoto. Se mai aprissimo un’acqueria, è così che la vorremmo decorare.

Millelibri. Il piccolo prodigio che la parola di Yuri sembra operare da un punto di vista poetico, insomma, anche sulla scorta delle suggestioni che abbiamo appena letto, è un ardito esercizio di consistenza. L’acqua, ma generalmente il liquido, è tra gli stati della materia forse il più ambiguo: a differenza dell’aeriforme vanta un suo grado di visibilità, ma ci risulta difficile informare l’acqua, al punto che tutte le parole di uso comune derivate in lingua italiana mantengono anche sul piano morfologico una certa vaghezza. Di fatto “negozi di acqua” – quelli che Yuri ribattezza come acquerie – un tempo addirittura esistevano nell’infanzia di qualcuno (in un paese del sud negli anni Ottanta questo lemma inapparibile potrebbe aprire il capitolo-madeleine di un tre ruote modello Ape che ritirava i vuoti a rendere dalle case e restituiva bottiglie di acqua piene, naturale o frizzante… ) eppure nessuno ha mai osato chiamarli in questo modo. Perché?

Questa reticenza se, da un lato, rivela la presenza di alcuni tabù nella lingua, o la semplice ammissione dell’impossibilità di “imbottigliare” per convenzione alcuni concetti, dall’altro sembra esistere appositamente per dare spazio alla creatività poietica. La forma dell’acqua è infatti un tema molto fertile in campo artistico, un generatore automatico di metafore, perché appunto si trova ad abitare quegli spazi liminari, quei territori sconnessi in cui l’avventura concettuale e linguistica non può poggiare su basi stabili e dunque gode del massimo agio nell’esplorazione del nuovo. Ci torna alla memoria il titolo di uno splendido libro di un poeta dei nostri giorni da noi molto amato, Alfonso Guida: L’acqua al cervello è una foglia (edizioni LietoColle). Si tratta di una raccolta di madrigali – una forma poetica di per sé particolarmente “informale” soprattutto se si considerano gli esiti contemporanei di questo tipo di componimento che pure vanta origini abbastanza remote. Il madrigale contemporaneo infatti usa liberamente l’alternanza di due tipi di verso tradizionali della metrica italiana: l’endecasillabo e il settenario. Il gioco tra libertà e forma, in questo libro, si realizza coerentemente anche sul piano concettuale e trova a nostro avviso nel titolo la sua quintessenza – l’acqua, al cervello, prende una forma definita, che però è la forma di qualcos’altro. Ebbene sì, il poetico ha proprio questa attitudine all’in-formazione e spesso si serve proprio del procedimento analogico per aiutarci a vedere le cose che non riusciamo a contenere nei limiti delle unità di misura che conosciamo.

Le brocche sono piene
d’acqua. Le vecchie aspettano l’arrivo
della pioggia tra l’uscio e le grondaie.
Si lavano se il cielo è basso e curvo.
Dentro, le stanze sono nere di umido.
L’acqua e il fuoco intrecciati. Perché l’acqua
correndo dalle travi
sembra residuo di carbone. Un’altra
mestica d’olio e rame occupa tutte
le pentole. Al mattino ci si sveglia
gettando per strada l’urina. Notte
calma e buia, i rivoli gialli macchiano
l’acciottolato e nulla fuorché questo
dura nel mio ricordo acre e salmastro:
le vecchie, la finestra e, a volte, un ciuffo
di basilico e sopra un gocciolare
giallognolo caduto quando l’alba,
pur già mostrando le cose del giorno,
non tiene al vento il segreto: ed è un piccolo
sonno la morte irrugiadata e sveglia
con le canne e le felci
con le dita ai lenzuoli.