Buonura



L’inapparibile è un dizionario di parole appena nate.

Buonùra: s.f. Bontà, goduria che si prova mangiando qualcosa (Davide, 8 anni)

Giovanni Laera. La voce buonura ha alla base l’aggettivo buono con il suffisso –ura. Nella radice buon– riscontriamo la presenza del dittongo che deriva dalla ŏ breve latina. Ora, questo dittongamento si verifica quando la ŏ si trova in posizione tonica (dove cade l’accento, per intenderci) ed è seguita da una sola consonante: da ŏvum abbiamo uovo, da rŏta ruota. Di contro, quando in quelle stesse parole si assiste a uno spostamento d’accento dovuto all’aggiunta di un suffisso, si rilevano – per il fenomeno del dittongo mobile – dei semplici monottonghi: da uovo dunque avremo ovetto, da ruota rotella. In buonura, invece, Daniele ha voluto mantenere il dittongo, quasi a voler sottolineare la bontà di un cibo e il piacere che ne accompagna l’assaggio, quello stesso piacere che ci porta a esclamare: “Buono!”. Per quanto riguarda –ura, ci troviamo di fronte a un suffisso che dà vita a sostantivi astratti (come arsura, cattura e cottura) e concreti (come cintura, serratura e vettura). Se Davide ha pensato a questo suffisso, non è solo per un’affinità fonetica con la parola goduria, come si evincerebbe dal significato. Infatti, –ura viene applicato anche ad aggettivi e così abbiamo altura da alto, frescura da fresco, bruttura da brutto. Tra i tanti aggettivi manca giusto quello più importante: buono. Ringraziamo Davide, allora, per averci ricordato che c’è del buono – e della buonura – non solo nel mondo che ci circonda, ma anche nella lingua che impareremo a parlare.

Leggere Coccole. Buonura rappresenta l’essere buono, la capacità di un cibo di soddisfare il nostro appetito, il nostro gusto ed è collegato all’atto del mangiare. Di fronte a questa constatazione confessiamo il nostro grande disorientamento rispetto alle innumerevoli strade in cui ci porta questa parola. Potremmo soffermarci sulle molteplici valenze che diamo nel linguaggio comune al termine “buono” e alle altrettanto numerose sfumature che oggi attribuiamo all’atto del mangiare, sia se lo intendiamo come vero e proprio nutrirsi, sia come atto metaforico: è curioso come soprattutto nel nostro rapporto con i bambini il concetto di bontà e l’atto del mangiare assumano a seconda del contesto valenze del tutto irreali e mutevoli, soprattutto se pensiamo al ruolo centrale che il cibo assume nei primi anni di vita del bambino, agli innumerevoli sforzi per convincerlo che ciò che gli proponiamo a tavola è gustoso.

Una cosa, comunque, ci sembra evidente più o meno in ogni caso: mangiare qualcosa di buono significa godere di quella bontà facendola propria. Nessuno potrà negare infatti che di fronte a quello che comunemente chiamiamo comfort food ci si senta immediatamente avvolti da una sensazione di calore, benessere, consolazione, in grado di indurci al buon umore, talvolta addirittura alla felicità e quindi certamente di renderci in qualche modo più buoni con chi ci circonda. Al cibo è infatti collegata in modo stretto e indissolubile la sfera delle relazioni umane, al punto che buona parte delle nostre esperienze e avventure gastronomiche rimangono impresse nella memoria non tanto e non solo per il gusto del cibo ingerito, ma anche per tutta una serie di componenti legate a chi lo ha consumato con noi, a chi lo ha cucinato per noi, ai ricordi che in noi suscita, al luogo in cui tutto ciò avviene. Esattamente come per ogni libro letto, ogni pasto della nostra vita assume una valenza e una importanza diversa a seconda di ciò che evoca a livello di emozioni e memoria (non è un caso che anche in merito ai libri si parli di gusto e si attibuisca agli avidi lettori l’epiteto di mangia/divoralibri).

Detto questo – che si ragioni di pasti o di letture condivise – tutti sappiamo quanto la dimensione della convivialità sia in grado di potenziare il piacere legato a queste due azioni: se poi l’oggetto della lettura stessa è il cibo, abbiamo buone probabilità di ottenere un’esperienza davvero molto appagante.

Appagante, è ad esempio l’esperienza di uno dei due protagonisti di Green eggs and ham, celebre racconto in rima scritto dal Dr. Seuss e pubblicato negli anni ’60, poi tradotto magistralmente da Anna Sarfatti, grazie alla quale possiamo godere della versione italiana dal titolo Prosciutto e uova verdi edita da Giunti. Il buffo Nando, detto Ferdi, propone questo strano cibo al suo interlocutore senza nome, che inizialmente rifiuta con decisione.  In un crescendo surreale, il piccolo Ferdi ritorna alla carica accompagnando alla prospettiva dell’assaggio mirabolanti avventure come la corsa sopra un treno, in nave o la compagnia di diversi animali. Dopo una serie infinita di rifiuti e controproposte, l’assaggio finalmente avviene e questo cibo dal dubbio colore che giustamente suscitava disgusto e diffidenza si rivela un pasto delizioso. Il dialogo quindi si ribalta e prosciutto e uova verdi diventano l’ingrediente ideale di tutte le avventure mirabolanti narrate lungo le pagine illustrate del libro.




La buonura quindi può nascondersi dove meno ce lo aspettiamo, dimostrandoci che un approccio alla vita privo di stereotipi e guidato dal gusto per la conoscenza attraverso l’esplorazione tramite tutti i sensi ci offre meravigliose e inaspettate possibilità.

Millelibri. Nella lingua italiana, l’ambito semantico che è circoscritto dal lemma “buono” (e dal suo opposto, “cattivo”) si muove rischiosamente attraverso un argine che separa due insiemi enormi, potremmo dire proprio due mondi! Un mondo fisico che riguarda il piacere percepito mediante i sensi e un altro ambito che crea sempre un po’ di soggezione: quello morale. Potremmo dire che in italiano il concetto espresso dalla parola “buono” è proprio il possibile punto di incontro tra la dimensione etica e quella edonistica – difficile da individuare senza imbarazzi e quindi, forse, ancora più difficile da esprimere. L’esperienza con le parole inapparibili dal nostro punto di osservazione si rivela sempre più spesso un’occasione per affrontare soprattutto l’assenza, nella nostra lingua, della forma (= del significante) per alcuni significati che tuttavia potremmo facilmente riconoscere come patrimonio concettuale condiviso. La lingua poetica, quella che crea, è infantile nella più ricca accezione: infatti, se ci pensate, i poeti e le poete sono sempre bambini e bambine, mentre le bambine e i bambini sono sempre poete e poeti. Ma la creazione presuppone un vuoto, ed è proprio quel vuoto che proveremo a interrogare insieme.

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Il “buono” nel senso della buonura è di per sé un concetto sensibile, forse un po’ latitante anche in poesia. Eppure è un’esperienza che esiste, tutti e tutte sappiamo esattamente a quale idea si riferisca l’invenzione linguistica di Davide. Il piccolo poeta di oggi allude a un piacere generato dal senso del gusto, ma potremmo estendere senza difficoltà la buonura a qualsiasi ambito che coinvolga contemporaneamente il sentimento del buono e la percezione positiva legata a una dimensione fisica sensoriale. Perché non esiste nella nostra lingua una parola che metta così strettamente in connessione la bontà con la goduria? Anche l’uso del semplice aggettivo “buono” è qualche volta scaricato del suo valore assolutamente positivo, quasi rovesciato, come accade per esempio in alcuni versi di Guido Gozzano in cui il buono coincide piuttosto con il “sempliciotto”. Sembra quasi che ci sia un certo pudore nell’impiego letterario della bontà e delle sue derivazioni.


Per questo abbiamo richiamato e citato più sopra una celeberrima poesia di Ungaretti (Natale – un testo del 1916), che tutti e tutte ricorderete. L’abbiamo scelta perché qui almeno la parola “buono” è evidenziata da una posizione metrica forte, si trova infatti a chiusura di verso e prima di una pausa tipografica, ed è accompagnata da un elemento apparente dissonante dall’ambito morale: il calore del focolare. La sensazione piacevole, del tutto fisica, in questo caso non può essere distinta da una dimensione di benessere interiore, e infatti il caldo del focolare di Ungaretti non è solo “bello”, ma è propriamente “buono”. L’interno domestico si contrappone nella poesia all’inquietudine rappresentata dal mondo esterno (il gomitolo di strade), evocando un’immagine quantomai attuale in un periodo di ritrovate abitudini casalinghe come quello che abbiamo condiviso in questi mesi. Non ci sembrerebbe affatto fuori luogo chiamare quella sensazione legata al “caldo buono” ricorrendo alla parola che Davide ci ha regalato.