Muscolone



L’inapparibile è un dizionario di parole appena nate

Muscolone: s. m. Moscone. (Yusef, 3 anni e mezzo)

Giovanni Laera. Muscolone nasce dall’incrocio tra moscone e muscolo. Che cos’è un moscone – sembra chiederci il piccolo Yusef – se non una mosca muscolosa? Non tutti sanno, d’altronde, che la parola muscolo nasce da uno zoonimo, ossia dal nome di un animale. Muscolo, infatti, ha alla base il latino muscŭlus, diminutivo di mūs, mūris ‘topo’. Il muscolo veniva dunque collegato metaforicamente a un piccolo topo, per via dei movimenti guizzanti del roditore, simili a quelli dei nostri muscoli. Sembra quasi di vederlo, il muscolone di Yusef: un buffo topolino con le ali che prende il volo.

Leggere Coccole. Il guizzo di un muscolo, ecco a cosa assomiglia il volo di certi insetti. Quel movimento a scatti, rapido, spesso inafferrabile con lo sguardo in realtà ci torna in mente pensando non solo ai muscoloni di Yusef, ma anche alle zanzare ad esempio, o alle libellule. E allora, sull’onda di questa indagine etimologica di Giovanni, abbiamo provato a fare una ricerca entomologica all’interno della nostra libreria. Il primo istinto è quello di rileggere una bella favola di Esopo: Il leone e la zanzara. Il minuscolo animale è talmente sicuro di sé da sfidare il possente re della foresta. Segue un surreale corpo a corpo in cui la zanzara “ hinc illinc celeriter evolabat” e cioè si muove velocemente da una parte all’altra non solo sfuggendo alle tremende zampate del leone ma anche facendo sì che si colpisca ripetutamente da solo nella speranza vana di far poltiglia della sua avversaria, proprio come succede a noi nelle calde notti d’estate. La fastidiosa bestiolina (destinata a pagar cara la sua tracotanza, non temete!) si trasforma in un moscerino nella versione ripresa da La Fontaine, così rovistiamo tra i volumi più antichi scovando una sua raccolta, stampata nel 1952 per la casa editrice Principato. In mezzo alle parole invecchiate e altisonanti del volume compaiono le ampie tavole illustrate da André Pec, ancora ancelle del testo scritto e non pienamente protagoniste della narrazione, come poi succederà con più frequenza nei volumi per bambini pubblicati nei decenni successivi. Qui vi mostriamo l’illustrazione che accompagna la nostra storia, con un tratto quasi incompleto che rappresenta bene tutta la dinamicità del buffo quanto violento combattimento.



E di dinamicità continuiamo a parlare ragionando di voli “muscolosi”, approdando a una pubblicazione decisamente più recente: Il gatto e la libellula, di Tsuneo Taniuchi. Chissà se l’artista giapponese si è ispirato alla favola antica per questo libro che ha tutti gli elementi per essere considerato un “toddler book” e cioè un libro adatto ai piccolissimi. Copertina rigida, pagine cartonate e resistenti, formato ridotto e un elemento assolutamente irresistibile: un cordino rosso che accompagna ogni doppia pagina e che mettendosi in tensione diventa parte integrante della pagina illustrata. Il progetto è stato portato in Italia da Artebambini, una casa editrice non nuova a questo tipo di produzioni, in cui, appunto, l’arte di smontare, comporre, rimodulare è spesso l’elemento chiave della narrazione stessa. La storia è molto semplice: un gatto addormentato viene disturbato dal volo incessante di una libellula. Segue un furioso inseguimento in cui il volatile ancora una volta ha la meglio sul felino ma in questo caso la storia ha un epilogo decisamente più rassicurante.




La nostra strampalata ricerca si chiude con alcuni versi di Roberto Piumini dedicati proprio alla libellula, che ben descrive, con immagini sonore, il guizzo energico degli insetti nell’aria:

[…]

Le libere libellule,
coi guizzi che improvvisano,
coi voli in cui zigzagano,
disegnano invisibili,
sui bei fogli di spazio,
grovigli rettilinei
e scarabocchi effimeri,
che, con quegli occhi tondi,
soltanto i pesci ammirano.



Millelibri. Per una casualità davvero felice, la parola di Yusef incontra una nostra fresca rilettura delle poesie di Leonardo Sinisgalli (1908-1981): nell’opera di questo grande poeta e intellettuale di origini lucane recentemente ripubblicata per Mondadori si potrebbe infatti tracciare proprio la linea di un ipotetico “tema delle mosche” che attraversa molte sue raccolte. Anche le mosche di Sinisgalli, come il muscolone di Yusef, sono sempre molto più che insetti: hanno spesso a che fare con la dimensione perduta che si lega ai ricordi della prima infanzia. Sono anzi la metafora dell’infanzia stessa quando non, per estensione, la traccia della permanenza di una componente istintuale e irrazionale anche intorno all’ordine e alla ritualità della vita adulta.

Il poeta (che da grande sarebbe diventato un brillante ingegnere) fu bambino negli anni Dieci del secolo scorso in una casa tra le vigne che si sporgeva sul Fosso di Libritti a Montemurro, un piccolo borgo artigiano nella “provincia dell’Agri”. I suoi versi sono disseminati di ricordi d’infanzia tra i quali emerge una contrapposizione decisa tra la laboriosa sobrietà degli adulti del borgo – vignaioli o fabbri o rigorose amministratrici dell’economia domestica – e la motricità incontrollabile dei fanciulli, dediti ai giochi, alle corse sfrenate e ai nascondigli. Ed ecco che le mosche e i mosconi di Sinisgalli si trovano spesso a essere ronzanti compagni di vita e interpreti inconsapevoli, con le proprie traiettorie indefinite, di alcune dinamiche fisiche e affettive che sfuggono alla disciplina dell’esistenza.


A CASA MIA
A casa mia si parla
con le mosche vive
in compagnia delle mosche
d’inverno e d’estate
dov’è la mosca
come sta la mosca
è sparita la mosca
si grida quando si ritorna.

(Da Mosche in bottiglia, Mondadori 1975 ora in Tutte le poesie)



Con la musca domestica che tutti conosciamo queste mosche poetiche condividono alcune specifiche proprietà: il brulicare in sciami (come i bambini delle famiglie numerose), il fastidio generato e, infine, l’asimmetria. Il poeta stesso tende a identificarsi con questo animale e a descriversi come una mosca soprattutto nello spettro della dinamica relazionale con sua madre. La mosca è a volte un prolungamento muscolare, può sovrapporsi di preciso a un arto, a un piede del bambino che cerca un contatto fisico apparentemente casuale con l’austera figura materna. Ma le mosche nell’opera di questo autore sono spesso in compagnia dei topi – e qui ci torna bene il percorso tracciato da Giovanni – con i quali condividono sia il possesso dei luoghi domestici che il miracolo della simultaneità, come in un verso di una bellissima poesia. Le mosche di Sinisgalli soprattutto, come anche i topi, sono molto più simili ai bambini che ai grandi: muscolari, sfuggenti e per natura determinate da un’inquietudine vitale. Non a caso il passaggio all’età adulta sarà ben reso nella maturità dalla metafora racchiusa nel titolo Mosche in bottiglia, un’immagine molto efficace grazie alla quale il poeta-ingegnere, ormai familiare con le simmetrie e gli ordini della scienza, farà i conti con la perdita di una forma non codificabile di libertà.