Punto punto




L’inapparibile è un dizionario di parole appena nate.

Punto punto. Loc.agg. appuntito (Amelìe, 3 anni e mezzo)

Giovanni Laera. Punto punto è una locuzione aggettivale nata dalla reduplicazione del sostantivo punto. La reduplicazione, ampiamente diffusa tra le lingue del mondo, è presente già nelle iscrizioni latine con valore intensificativo: malus malus in luogo di pessimus, bene bene al posto di optime. Non mancano, così, esempi di reduplicazione – in particolare dell’aggettivo – nell’italiano antico: nel Novellino troviamo un bagno caldo caldo; in Dante così chiusa chiusa [tutta velata] mi rispose. Questo tipo di reduplicazione è assai diffuso nei dialetti: quante volte le nonne apprensive di un tempo, scrutando attentamente il nipotino in volto, lo trovavano bianco bianco? Un’altra tipologia di intensificazione è quella che riguarda i verbi e si ottiene perlopiù con la semplice ripetizione della forma verbale (come nel verso di Pascoli lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca) o con il raddoppiamento della seconda persona singolare dell’imperativo (basti pensare al famoso cammina cammina delle fiabe). Una forma molto interessante di reduplicazione è quella che riguarda il sostantivo, come nel tipo navigare riva riva (‘lungo la riva’), che esprime la continuità nel tempo di un movimento, molto diffuso nei dialetti del Mezzogiorno: così noi meridionali cerchiamo casa casa (‘per tutta la casa’) o andiamo in barca mare mare (‘per mare’). Questo tipo di locuzione, quando si trova senza verbi di moto, indica molteplicità: nei dialetti apulo-baresi incontriamo frasi come vanno paura paura (‘camminano con molta paura’) o locuzioni come un mondo mondo di offese (‘molte offese’). Nella mia tesi di laurea su un processo per stregoneria, tenutosi a Polignano nel 1686, ricordo una donna che, suggestionata da una fattura, diceva di sentire nella gola formiche formiche (‘molte formiche’). Insomma, in queste forme di reduplicazione troviamo tutta la bellezza e tutto il calore della lingua parlata, un atteggiamento direi quasi di generosità che purtroppo tendiamo a perdere quando scriviamo un testo. Amelìe, una bambina di 3 anni e mezzo, ha deciso allora di prendere il sostantivo punto, dandogli il valore aggettivale di ‘appuntito’, e di ripeterlo. Grazie infinite, Amelìe, per questa locuzione bella bella

Leggere Coccole. Ta-ta, ma-ma, pa-pa. Il ripetere (spesso ritmicamente, spesso all’infinito) è un gesto necessario che ogni bambino piccolo compie non solo nell’ambito della lallazione e quindi in tutte le fasi di apprendimento del linguaggio ma anche nei movimenti delle mani e del corpo tutto, nell’ascolto e in molti altri ambiti. Quale genitore o educatore non si è mai lamentato del ripetersi ossessivo di certe sillabe o parole, canzoni, richieste o azioni nei primi anni di vita dei bambini?
Dietro questa esigenza, che compare nel linguaggio bambino, nella lingua antica del dialetto così come in poesia, c’è quindi un’urgenza espressiva che ha a che fare con il ritmo e che sconfina nell’ambito della metalinguistica, ed è proprio di un libro che utilizza un linguaggio al di fuori (o al di sopra) delle strutture comunemente riconosciute che sentiamo il bisogno di parlarvi oggi. “Smon Smon”, edito da Orecchio Acerbo, scritto e illustrato da Sonja Danowsky mescola nonsense, onirismo, grottesco e fantastico tanto nel testo quanto nelle immagini per un risultato complessivo che ha l’interessante potere di non soddisfare nessuna delle aspettative adulte comunemente legate alla lettura di un libro per bambini.

Lo Smon Smon vive sul pianeta Gon Gon
Al mattino lo Smon Smon appende il suo ultimo ton ton ad un lun lun accanto al suo won
won e se ne va galleggiando dentro un ron ron.



C’è anche una certa dose di dolcezza in queste pagine, che, superata la barriera della diffidenza di fronte all’insolito, portano il lettore dentro la storia seguendo una danza scandita proprio dalle ripetizioni di piccole parole inesistenti, che muta spesso ritmo e intensità e che nel suo incedere rende sempre più superflua l’interpretazione razionale di quanto accade.

Tutto in questo racconto parla al bambino e a lui soltanto, sorvolando la barriera del senso, del tempo e dello spazio e dandogli la possibilità di domandarsi che cosa è uno Smon Smon, che cosa rappresentano i paesaggi su cui si muove, gli oggetti e i personaggi con cui interagisce e di esplorare le infinite risposte possibili a queste domande. Oppure di assaporare la libertà di non darne nessuna.

Millelibri. Tra le cose più contrastate, forse più temute, nell’organizzazione economica e “adulta” della lingua verbale (specialmente quella scritta, che con più facilità tende a entrare nel vicolo della normatività) c’è proprio la ripetizione, una specie di grande tabù linguistico che ci portiamo dietro dalle correzioni sui nostri quaderni alle elementari. Anche dalle indicazioni stilistiche sugli elaborati più maturi ricaviamo sempre questo suggerimento: cercare, il più possibile, di non ripetere la stessa parola due volte in un giro di frase, o addirittura di paragrafo. Sostituirla con dei sinonimi, anche laddove si incorra nel rischio di tradire i confini del significato. La variatio, sul piano dello stile, sembra quasi più importante dell’esattezza.

Bene: i poeti e le poete, tra cui appunto i bambini e le bambine, hanno con la lingua un rapporto indubbiamente più strafottente e forse più fedele al bisogno di centrare il punto. In poesia, per esempio, per cercare di normare questo brutto vizio che i poeti non vogliono scrollarsi di dosso, sono stati coniati nomi per racchiudere una serie di espedienti (definiti “retorici”) che chiamano in causa la ripetizione. A inizio di verso o di frase, alla fine di un verso e a capo del seguente: anafora, anadiplosi, e così via. Come se, per riconoscerle un valore stilistico, fosse necessario portare la ripetizione nell’ambito della licenza poetica, il che naturalmente presuppone l’esistenza di una regola rispetto alla quale quest’atteggiamento linguistico devia.

Non apriremo qui il quesito (a nostro avviso, però, interessante interessante) sul perché della rimozione della ripetizione dallo stile – le riflessioni di questa rubrica ci portano facilmente a interrogare più la norma che l’eccezione poetica, ma per il momento freniamo la nostra curiosità e ci concentriamo sulla locuzione che Amelìe ha voluto donarci. Non ci sorprende che le forme di reduplicazione di questo tipo, come ha spiegato benissimo Giovanni, siano molto ricorrenti nel dialetto e si siano cristallizzate in alcune molecole linguistico-letterarie che afferiscono alla narrazione destinata magari a un pubblico infantile: sono gli ambiti in cui l’uso della lingua è ancora fortemente espressionistico, ossia in cui il concetto si raggiunge mediante una giustapposizione di elementi, l’accostamento, piuttosto che attraverso la ricerca di una parola-sintesi o di una formula più astrattamente concettuale come può essere la scelta del piano superlativo.

Il tabù più resistente ad essere integrato nella normatività sembra essere proprio la ripetizione dello stesso nome (in questo caso addirittura un sostantivo, che nella reduplicazione si trasforma in aggettivo!), eppure non possiamo dire che punto punto sia uguale a punto, ma neppure che sia sovrapponibile con esattezza a molto appuntito (o appuntitissimo). Punto punto è un processo di aggettivazione colto in essere, sembra quasi che la lingua accompagni il movimento verso l’aggettivo nello spazio e anche nel tempo: un superamento della stasi del sostantivo che è appunto, dapprima, un semplice raddoppiamento. Diciamo che nella lingua poetica spesso non è tanto importante segnalare l’approdo quanto il processo in sé, che poi è sempre un itinerario di osservazione e dunque di conoscenza.

Citeremo un verso tra i tanti di un poeta a cui vogliamo molto bene, Lino Angiuli, che non smette mai di chiedere alla lingua l’inapparibile e che nei libri verdiverdi squadernati sulle bancarelle, per esempio, non ha paura di inventare una nuova parola che fondi proprio sulle proprietà e sull’eccezionalità della reduplicazione espressiva il suo significato.