Ronzario

L’inapparibile è un dizionario di parole appena nate.

Ronzario: s. m. Alveare (David, 6 anni).



Giovanni Laera. Le voci onomatopeiche ronzare e ronzio indicano, com’è noto, il suono sordo, vibrante e continuo che emettono alcuni insetti durante il volo. Tra questi insetti non può mancare l’ape, il cui nido naturale è l’alveare. Ora, combinando il suono emesso dalle api con la loro casa, David ha creato il ronzario. Come si è formata questa parola? Se la radice onomatopeica è evidente, qualche osservazione in più sul suffisso –ario ci aiuterà ad apprezzare la sensibilità linguistica del piccolo David. La base latina del suffisso è –arius, con cui si formavano essenzialmente aggettivi e in seguito sostantivi, perlopiù nomi di mestiere: argentarius da ‘appartenente all’argento’ cominciò a significare anche ‘colui che lavora l’argento’. È per questo che con –aio, la forma popolare e toscana del suffisso, abbiamo tantissimi nomi di mestiere: macellaio, calzolaio, fornaio, ecc. Nel nostro ronzario, comunque, c’è una traccia dell’antica origine aggettivale: con –arius, infatti, si formavano anche nomi di luogo, che hanno dato vita in italiano a voci come granaio, pollaio, pagliaio, formicaio e vespaio. Anche queste parole derivano da un aggettivo: granaio infatti è tratto dalla locuzione latina locus granarius, con la successiva caduta del sostantivo locus (paragonabile alla perdita di ‘mese’ in gennaio o di ‘carro’ in bagagliaio). David, però, ha voluto rendere un po’ più preziosa la sua parola, optando per il suffisso –ario (forma colta di –aio), lo stesso che troviamo in vocabolario e dizionario. Due parole a caso, no?

Leggere Coccole. Di case e cose. Di abitare e animare. Ma andiamo per ordine.

Ario, ci dice Giovanni, è una forma colta. Partendo da questa definizione e pensando ai termini che lo contengono, questo suffisso ci sembra davvero capace di conferire immediatamente anche a  una parola indeterminata e decisamente poco precisa come ad esempio “cosa” un aspetto ricercato, alto. Per una banale assonanza ronzario ha infatti evocato nella nostra memoria un bel libro scritto da Alessia Napolitano e illustrato da Silvia Molinari per Edizioni Corsare, Il Cosario: prima ancora di sfogliarne il contenuto il solo titolo ci fa pensare in effetti a una sorta di una preziosa e antica teca in cui esporre oggetti di diversa natura, età, forma, dimensione, e lo stile dell’illustrazione sembra suggerirci che siamo sulla buona strada.





Cose, per l’appunto. Il bello di questo libro è che al suo interno queste cose, semplicemente, stanno. Nelle tasche, sul tavolo, per terra. E nel loro stare spesso ci parlano, brillano oppure suonano, segnalando la loro presenza.

Con le mie tasche misuro il tempo:                                                
leggera è la piuma, scricchiola la foglia
ogni giorno è prezioso
e io lo raccolgo appena fuori dalla soglia.



Torniamo a noi. Nell’universo infinito di cose solo apparentemente inanimate, c’è una categoria speciale di cui fa parte proprio il nostro vocabolo inapparibile. Anche il ronzario è infatti una cosa, ma tutt’altro che inanimata perché al suo interno c’è vita. Osservandolo ci sembra quasi di sentirlo, il ronzio costante delle api che vi abitano.

Dalle cose ci spostiamo dunque alle case. Sostantivo vago almeno quanto il precedente, come ci suggerisce un altro prezioso libro illustrato:

Casa per qualcuno è la campagna. Per qualcun altro è un appartamento. Casa è la nave per i pirati (…)

Casa di Carson Ellis, edito da Emme Edizioni, ci offre molte possibili definizioni che nel tentativo di aiutarci a darle un perimetro ideale in realtà ne ampliano i confini a dismisura, portandola a diventare non più oggetto ma luogo potenzialmente illimitato. Indovinate un po’ in questo piacevolissimo elenco cosa abbiamo trovato:






In questa ottica, ronzario è un termine molto più potente rispetto all’asettico alveare, perché allude alla sfera del suono, associando così al concetto di abitare quello di animare e cioè dare voce e dunque vita a qualcosa. Non sappiamo se l’alveare che ha scatenato l’inventiva linguistica di David fosse effettivamente abitato, eppure nella sua mente si è elevato a luogo dell’immaginario, con una sua voce ben precisa e riconoscibile da tutti noi. Straordinario, non trovate?

Millelibri. Gli amici, più su, hanno messo in evidenza tanti aspetti davvero interessanti di questo lemma – a partire dalla sofisticazione del suffisso, che è una resistenza della radice etimologica implicita (di fatto non ha mai avuto, questa parola appena nata, la possibilità di mutarsi in una forma più popolare, esattamente come accade per le parole cosiddette “colte”), fino a toccare gli aspetti concettuali che una tale autorevolezza morfologica sembra suggerire. Nel disegno che questa parola di David realizza sotto i nostri occhi non possiamo non trovare almeno un piccolo spazio per un poeta di lingua latina che ha celebrato le api in un canto immortale, che non a caso Leopardi definì “il capo d’opera dallo stile il più poetico”.

L’autore è Virgilio, l’opera è Georgiche: stiamo parlando del Libro IV e della vicenda dell’apicoltore Aristeo, che ha avuto una straordinaria fortuna letteraria e che include proprio una discettazione sul mondo delle api. Auguriamo al piccolo David, e a tutti i lettori e le lettrici, di scegliere di godersi un giorno questa meravigliosa lettura.

Noi qui riportiamo almeno un passaggio dedicato appunto al rumore delle api guerriere che fuoriescono dall’alveare. Lo leggiamo nella speciale traduzione a quattro mani di Marco Munaro e Gianfranco Maretti Tregiardini per la casa editrice Il Ponte del Sale, che ha ripubblicato Il canto d’api come libro a sé:

Ma se usciranno per battagliare – spesso infatti in grande
tumulto scoppia tra due sovrani la discordia –
subito è dato indovinare di lontano le intenzioni
della truppa e gli animi ansiosi di guerra; perché quel marziale
clamore di bronzo roco scuote gl’indugi, e sembra
d’udire un segnale che ricorda suoni rotti di tuba.


Al di là delle suggestioni illustri, un’altra riflessione che ronzario suscita in noi riguarda strettamente il campo del poetico, cioè della creazione di mondi attraverso l’uso inaudito di un linguaggio che tutti diamo per definito, un linguaggio codificato che improvvisamente prova a ronzare al di fuori dalle maglie delle certezze. Abbiamo più volte ripetuto nel corso dei nostri appuntamenti inapparibili che è proprio del poetico il bisogno di colmare alcuni vuoti della lingua, a che a volte questa operazione necessita di un ricorso ai neologismi.

La creazione di nuove parole attraverso processi di suffissazione particolari è registrabile in poesia soprattutto quando si intende rendere attraverso la lingua una nuova capienza, un nuovo possibile taglio del repertorio. Ma la particolarità della parola di David è tutta nel fatto che si concentri su una dimensione sensoriale alternativa rispetto a quella che ha dato origine alla parola alveare – quest’ultima rappresenta un concetto visivo, morfologico, spaziale: l’alvo che è l’interno, l’intestino, il mondo nascosto (essenzialmente) al senso della vista, il senso che tendiamo a privilegiare nella rappresentazione della realtà. Invece il ronzario sembra ricreare uno spazio che si delimita come territorio sonoro. Nondimeno circoscritto, il concetto del ronzario si costruisce intorno al perimetro di un rumore. Non è meraviglioso? Questo è proprio del poetico: cambiare prospettiva e, di conseguenza, riuscire miracolosamente a mutare i confini delle cose così come siamo abituati a intenderle.