Fuorista




L’inapparibile è un dizionario di parole appena nate.

Fuorista: s. m. e f. Buttafuori. (Sara, 3 anni e mezzo)

Giovanni Laera. Questo sostantivo ha alla base l’avverbio fuori con il suffisso –ista. Sara ha 3 anni e mezzo ma sa già perfettamente che con –ista si formano parole che indicano una persona che svolge un’attività e dunque anche nomi di mestiere: barista, dentista, farmacista, ecc. In origine addirittura si segnalava con questo suffisso solo chi compiva un’azione espressa tramite la desinenza verbale –izzare, e così da battezzare si aveva battista, da latinizzare latinista. In seguito, soprattutto a partire dal Rinascimento, si assiste al proliferare di questo suffisso, anche se non sempre nei secoli le parole formate con –ista hanno avuto successo: nel Seicento, ad esempio, vengono coniati termini come caffeista ‘grande bevitore di caffè’, oggi usato assai di rado, o fattista, ormai in disuso, col valore di ‘magistrato che si attiene al fatto’. Noi auguriamo al fuorista di Sara una fortuna maggiore. Ci sembra, infatti, che fuorista sia una parola più gentile rispetto a buttafuori, che anticamente designava la persona che a teatro doveva far sgombrare la scena prima dell’alzarsi del sipario e avvertiva gli attori al momento di entrare in scena, e che oggi indica l’addetto alla sicurezza dei locali notturni, spesso chiamato anche gorilla. Perché fuorista ci sembra più gentile? Perché ci ricorda foneticamente un’altra voce, fiorista, che si riferisce a chi vende, coltiva o anche dipinge un fiore. E allora ben venga il fuorista di Sara, che ci accompagna all’uscita solo per regalarci un fiorellino.

Leggere Coccole. Il fuorista è dunque colui che accompagna fuori. Ma cosa significa questa parola, o meglio, a quante diverse interpretazioni si presta? Fuori è infatti un luogo reale e metaforico molto difficile da definire, identificare, limitare – come il concetto di infanzia – e guarda caso proprio da infanti ci capita spessissimo di ricevere dagli adulti inviti più o meno delicati e benevoli a recarci fuori: dalla classe, dal gruppo o addirittura di casa, come succede alla mamma dei due bambini protagonisti di Giocare fuori, di Laurent Moreau.





In questo bellissimo albo divulgativo pubblicato da Orecchio Acerbo la mamma, esausta e irritata dalle monellerie dei bambini, li invita a giocare fuori di casa, in giardino. Un fuori che non è propriamente fuori, ma sempre inteso come uno spazio protetto e circoscritto in cui però i bambini daranno luogo a una evasione fantastica che li porterà ben più lontano. Ogni doppia pagina infatti li rappresenta mentre esplorano differenti ambienti naturali, in cui incontrano piante e animali di ogni specie e dimensione. Un viaggio in cui avviene un sapiente rovesciamento: l’ordine genitoriale imposto senza mezzi termini che sa quasi di abbandono, diventa il fondamentale trampolino di lancio che permette ai bambini di sperimentare in autonomia senza avvertire un controllo troppo ravvicinato di una figura di riferimento.

Tutto molto bello, in effetti. Ma le cose non sono sempre così semplici.

Ci sono molte occasioni in cui il desiderio di star fuori dei bambini non può essere appagato, per ragioni peraltro quasi mai comprensibili per loro. Sarà allora il solo sguardo che potrà essere accompagnato all’esterno:




In questa immagine, tratta dal libro Guarda fuori, di Silvia Borando, Minibombo, i due piccoli protagonisti, presumibilmente fratello e sorella, sono attirati da una serie di eventi curiosi che accadono sul suolo innevato davanti alla loro abitazione. Si tratta di un silent book ben costruito in cui il narratore si diverte a dirigere lo sguardo di personaggi e lettori attraverso poche ed eloquenti azioni e giocando con le uniche due parole presenti in tutto il libro e cioè quelle del titolo, che diventano quindi vignetta invisibile dei due bambini e invito implicito rivolto a chi sfoglia le pagine.
Se abbiamo ben interpretato le parole di Giovanni, abbiamo quindi conosciuto due esempi di fuoristi letterari,  che attraverso le loro avventure si fanno metafora della lettura stessa e del suo potere di farci evadere, qualunque sia l’evasione di cui abbiamo bisogno e che possiamo permetterci.
PS: Ovviamente, alla fine, anche i due piccoli di Guarda fuori non resistono e si precipitano nella neve, all’aperto. Con buona pace di mamma e papà.

Millelibri. La parola fuorista è portatrice di un particolare fascino concettuale e di una forza quasi filosofica. A trovarla in una poesia, avrebbe certamente acceso una di quelle luci che illuminano gli angoli abituati alla penombra. Questa parola ha un superpotere poietico, riesce infatti a cambiare di segno un’immagine in noi consolidata, quella del mestiere del buttafuori, e a disegnarla in una prospettiva inedita. Ciò accade perché il fuorista non sembra legarsi all’idea di un “dentro” da presidiare, ma va piuttosto a circoscrivere il dominio del “fuori”, cioè di un mondo sincronico e a sé stante. Il fuorista è finalmente il re dell’esterno: venuto meno il senso privativo del “buttare”, ciò che che rimane in questa bellissima parola di Sara è l’affermazione tutta positiva di uno spazio, di una dimensione concettuale alla quale di rado la nostra lingua e il nostro pensiero riconoscono un’autosufficienza.
A volte ci sembra che il fuori sia solo il perimetro del dentro, che si dia per esclusione, mentre l’interno sia sempre il vero il cuore delle cose. Il dentro è inoltre spesso circoscritto e si presta con facilità a diventare metafora di una dimensione precisa (gli interni di una casa, per esempio, o la nostra stessa interiorità). Il fuori invece resta sempre più vago, fumoso, sconfinato, de-territorializzato.
O, ancora, pare che dentro e fuori non possano convivere alla stessa intensità, che l’uno depotenzi l’altro a seconda del punto di osservazione. Ma il fuorista non accompagna solo qualcuno alla porta, non sgombra l’interno di una scena, vigila bensì sullo spazio che gli è proprio, il fuori, che appare all’improvviso dotato di una sua dignità e di una sua autonomia. 
C’è un passaggio di una celebre poesia-manifesto di Czesław Miłosz  (Ars poetica?) in cui può sembrare che la funzione della fuorista sia attribuita alla poesia stessa. Nei versi del poeta polacco, la poesia non ha tanto il compito di proteggere l’integrità del nostro dentro – qui rappresentato dalla classica metafora della casa – bensì di rammentarci il viavai, la biunivocità della direzione, l’equivalenza dell’entrare e dell’uscire: l’uguale importanza del dentro e del fuori.

[…]

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.