Vento di bufalo

Vento di bufalo: loc. nom. Vento di bufera (Paola, 2 anni).

Giovanni Laera. La locuzione nominale vento di bufalo appartiene in linguistica al gruppo delle parole polirematiche. Le polirematiche, dette anche unità lessicali superiori, sono combinazioni formate da più parole che, pur essendo separate dal punto di vista grafico, a livello semantico costituiscono un unico lessema. La tipologia più comune di polirematica in italiano è formata, proprio come vento di bufalo, da nome + preposizione + nome: sala da ballo, stile di vita, avviso di garanzia, vigili del fuoco. Nella nostra polirematica la piccola Paola ha sostituito genialmente il termine bufera con bufalo. Due parole affini nei suoni, ma con storie decisamente diverse: bufera deriva dalla voce onomatopeica *buff che imita il soffio, la stessa che ha dato vita a termini come buffare, sbuffare, buffetto e persino buffone (perché ‘gonfia le gote’); bufalo, invece, risale al latino tardo bufalus, che a sua volta continua il classico bubalus (la –f– tra due vocali in luogo della –b– è chiaro indizio di un influsso osco-umbro). Nonostante non rinviino allo stesso etimo, le due voci sono comunque accomunate dall’idea del soffio intenso e impetuoso, quello del vento e quello che esce dalle narici del bufalo. In italiano si attesta infatti la locuzione soffiare come un bufalo, che significa proprio ‘ansare fortemente’ nei contesti più vari: per la fatica, per l’asma, per la pinguedine, ecc. D’altronde, molte parole del nostro vocabolario attingono, per metafora o metonimia, al mondo animale: muscolo come abbiamo visto deriva da muscŭlus ‘piccolo topo’, alopecia dal greco alópex ‘volpe’ (perché la volpe perde il pelo a chiazze) e bulimia dal greco būlimía (propriamente ‘fame da bue’). Accogliamo, dunque, questo vento di bufalo che picchia alle nostre finestre come una benedizione, una fresca folata nelle stanze talvolta chiuse della nostra lingua quotidiana. A portarci un po’ di ossigeno è stata Paola, una bambina di 2 anni.    


Leggere Coccole. Uno degli aspetti più interessanti di questa rubrica riguarda certamente la piena esplorazione del potenziale percettivo delle parole e delle immagini che esse creano nella nostra mente. La capacità dei bambini di entrare in relazione con il reale attraverso i sensi, che tendiamo a perdere o a ignorare crescendo emerge prepotentemente in espressioni come vento di bufalo, che appena pronunciata recupera immediatamente dalla memoria del nostro vissuto (e in modo molto efficace) il senso di leggerezza dopo un respiro profondo, la gioia prodotta dalla sensazione del vento che accarezza il volto, l’aria che si infrange sul corpo durante una corsa.

A soli due anni Paola associa il soffio del vento al soffio del respiro di un grande animale, mantenendo intatta tutta la potenza che entrambe le espressioni descrivono e utilizzando con destrezza quello che in poesia possiamo serenamente definire un topos della letteratura di tutti i tempi. Restando però nell’ambito delle pubblicazioni pensate per i più piccini siamo molto lieti di citare un titolo a noi molto caro che combacia perfettamente con quanto detto fin qui. Fresca di ristampa, purtroppo in formato ridotto rispetto alla precedente edizione, Filastrocca ventosa è una piccola poesia in rima alternata scritta da Giovanna Zoboli e illustrata dalla mano inconfondibile di Simona Mulazzani, che esplora onomatopee e sonorità provenienti da diversi ambienti naturali oppure da cose e persone che si incontrano dentro o fuori casa. Il ritmo di lettura ci pare assomigliare a quello della marea, cadenzato e regolare. Un tempo che ci accompagna in questo elenco in cui non a caso si annovera anche il fiatare di un animale simile al bufalo per grandezza:

Soffia il nonno sul risotto
e la mucca di sollievo
soffia il geyser con gran botto
e la moka molto lieve




In un momento storico in cui il respiro sembra costantemente demonizzato, mortificato, ridotto e celato, questa lettura ci sembra un bel modo per continuare a ragionare attorno al respiro delle cose del mondo e alla sua natura inafferrabile, inarrestabile e sopra ogni altra cosa irrinunciabile. Anche a fronte di una pandemia è bene riportare questa azione al suo valore originario: il respiro è l’aria, il vento che arriva all’improvviso, che spalanca e solleva, che crea caos e disordine proprio come l’arrivo di un bambino. Insomma, una benedizione.

Millelibri. C’è a nostro avviso spesso un fraintendimento alla base della percezione diffusa di ciò che concerne il poetico, il che potrebbe essere una delle cause possibili della scarsa familiarità, o della perdita progressiva di contatto con questo modo di usare il linguaggio. Si tende infatti comunemente a pensare che il procedimento poetico coincida con un movimento astrattivo: che i poeti e le poete scelgano alcuni elementi fisici e constatabili nell’ordinario e che poi, attraverso gli strumenti della poesia, intendano spostarli su tutt’altro piano, più aereo, che finisce per sottrarli all’esperienza condivisa della percezione. Ecco che la poesia può essere così facilmente confusa con una forma cifrata, oscura, intelligibile solo tra i possessori di quel codice misterioso che alberga nella mente del poeta. La cosa curiosa è che questo fraintendimento non riguarda solo chi legge, ma a volte anche chi si pone con l’intenzione di scrivere.

Partendo invece dall’idea – rubata da Pascoli e da chi prima di lui se n’era interessato – che il poeta sia sempre in contatto con un fanciullino eterno presente in tutti noi (più o meno silente), nessuno più che una poeta di 2 anni come Paola può far luce su ciò che in realtà accomuna moltissime espressioni in grado di parlare a tutti i fanciullini e alle fanciulline del mondo, senza limiti di spazio, di tempo e di anagrafe.

Dobbiamo partire dall’ipotesi che l’astrazione, in assenza di una connessione referenziale e biunivoca tra forma linguistica e contenuto, è probabilmente l’habitat concettuale primario in cui già dimorano i bambini. Ignorando i piccolissimi gran parte del linguaggio verbale in cui si esprimono gli adulti, l’astrazione nella lingua per loro è insomma la regola, non l’eccezione.

I bambini, infatti, se ci facciamo caso, non avvertono un particolare bisogno di astrarre, esigenza che si presenta piuttosto nell’immaginario adulto – magari saturo di rapporti stringenti tra nomi e cose che qualche volta è necessario interrompere per dar luogo a nuove creazioni. I bambini e in generale tutti i poeti provano piuttosto ad acciuffare forme astratte del pensiero con il retino della concretezza, o ad avvicinare le competenze e le certezze stringenti dei rapporti economici, adulti, tra significante e significato. A loro, poeti di ogni età, queste connessioni stabili risultano ancora ignote, alate. Per esser intese hanno bisogno di essere condotte nei pressi di qualcosa che li aiuti a comprenderle e a farle proprie. I meccanismi attraverso cui avviene questa appropriazione sono precisamente poetici e – come tutti gli accessi poetici (da quelli fonici a quelli “di pensiero”, dalla rima alla metafora, per intenderci) – si basano essenzialmente sull’analogia. Tentare di intuire l’ignoto avvicinandolo a qualcosa di già noto che in qualche modo gli assomiglia: in questo senso ogni poesia è sempre un tentativo di conoscenza, anche laddove in apparenza ci allontani dalle certezze referenziali a cui siamo assuefatti. O proprio per questo.

“Vento di bufalo” è una locuzione che avremmo potuto trovare facilmente in una poesia. Il tentativo di avvicinamento avviene attraverso due diversi piani analogici, uno concettuale e uno fonico. Potremmo dire che incarna la quintessenza del processo metaforico e non ci stupisce affatto che l’inventrice sia una bimba di 2 anni. Ci lasciamo allora trasportare da questa bufera di bufalo, dai suoi muscoli, dalle sue narici, come accade ogni volta che ci imbattiamo in una poesia.